27 ottobre 2006
posted by Federica at 7:09 PM | Permalink
GALLERIA
Questa non è una mostra.
Una mostra, come dice la parola stessa, ha l’intrinseco obiettivo di esibire, esaltare, fare sfoggio di tanta arte per la gioia e il piacere di terzi.
Non che io abbia qualcosa in contrario, tutt’altro, ma la mia Galleria non può definirsi una mostra.
Questa non è una collezione privata.
Una collezione privata non è altro che un quantitativo di opere d’arte sottratte alla vista degli indegni perché soltanto il proprietario possa godere di tanta magnificenza.
Non che io abbia qualcosa in contrario, tutt’altro, ma la mia Galleria non può definirsi nemmeno una collezione privata.
O forse invece è entrambe le cose.
La mia Galleria è speciale. Le opere esposte non sono semplici opere d’arte. Sono capolavori di vita in movimento.
Niente teche, niente bacheche, niente chiodi.
Quanto sto per mostrarvi è ciò che io vedo in quanto artista, come li vedo in quanto artista.
Signore e Signori, accomodatevi…ha inizio la presentazione.
Ele
Una pergamena arrotolata in una bottiglia senza tappo, appoggiata su uno scrittoio.
Un foglio di carta antico, che profuma di vissuto e di novità.
Una poesia. Infinita.
Certo, ha un inizio. Ma nessuno ricorda più a che punto della pergamena sia, nemmeno la stessa mano che ne ha tracciato le rime.
E ogni giorno quella mano, con una piuma stretta tra le dita, aggiunge una frase, una parola, una virgola.
Non tutti sono in grado di capire, non tutti i passi della poesia sono fatti per essere letti.
Ma quando succede, quando anche solo una goccia cade dal bordo della bottiglia è come se il mondo rinascesse tutto, ogni volta.
E una, due, tre note di pianoforte di diffondono nell’aria.
Nel silenzio surreale del salone, ogni singola nota riecheggia come un’ondata dell’oceano contro gli scogli.
E c’è odore di salsedine, attorno alla bottiglia.
Quella bottiglia l’ho trovata nel mare.
Tia
Un’esplosione di sentimento su una tela grigia, grigia come la malinconia di cui è intriso questo quadro.
Impressionismo, possiamo chiamarlo.
Paesaggio coperto dalla nebbia, raggi di sole che saltuariamente cercano di rompere questa plumbea monotonia…e a volte il cielo si tinge dei colori di un pallido sole mattutino.
Paesaggio portuale: un molo con una piccola zattera legata agli ormeggi.
Toh, oggi la zattera non c’è…chissà verso quali lidi sta navigando il vagabondo. Forse tornerà domani, tra una settimana, tra dieci anni.
Ma lo sa, il vagabondo, che non importa quanto lontano e per quanto tempo la sua voglia di viaggiare lo porterà via, potrà sempre tornare al molo ad ormeggiare la zattera.
Piccole ombre sfuocate sul pontile. Ferme, vicine.
Il vagabondo sa che avrà sempre qualcuno ad aspettarlo.Il vagabondo sa che avrà sempre un luogo da chiamare casa.
Edo
Manifesto appeso alla parete dipinta di rosso, senza chiodi, senza nastro adesivo, senza sostegno.
I bordi inferiori svolazzanti, si agitano armoniosi al minimo spostamento d’aria.
Sta lì.
Si fa guardare, attira l’attenzione, la desidera, la pretende.
Le figure non sono mai le stesse, l’azione è sempre diversa, il soggetto rappresentato non si ripete mai, frenetica attività che non si interrompe, nessun bisogno di giri di parole nelle sue scritte, chiare e precise, nessun bisogno di nascondere il suo messaggio.
Così è, così come lo vedete. Ne più ne meno.
Non ha fronzoli, non ha cornici lungo il bordo, è anzi bruciacchiato, l’odore della carta giallastra ricorda un boccale di birra.
Nella sua disarmante semplicità è un capolavoro di sentimenti, sensazioni, vita, impegno, un quadro complessivo così dinamico che colpisce dritto al cuore.
E continua a svolazzare.
Si fa guardare, attira l’attenzione, la desidera, la pretende.
Impossibile non accontentarlo.
Ska
Questo quadro non ha cornice. Non ha soggetto. Non ha limiti.
Libera espansione di un’irrefrenabile genialità, colori che si accarezzano, si accostano, si baciano, si accalcano, si spingono, si allontanano.
A volte la mano è pesante, insiste con violenza sulla tela quasi a volerla squarciare, ed ecco voragini di viola e di neri e di colori freddi che inglobano la lucentezza dei rossi e degli arancioni, ecco un mare in tempesta senza barche alla deriva, perché non c’è un fondo in cui può essere trascinata o una terra da raggiungere, c’è solo l’eterno e ondeggiante dolore.
Ma questa tela ha una trama impossibile da rompere.
Fragile, sì.
Graffiata, anche. In qualche modo, forse, per sempre.
Ma è a questo punto che le note di un saxofono scandiscono il lento riaffiorare in superficie del calore soggiogato, e basta un solo tocco di giallo a far arretrare la marea oscura che imperversava minacciosa. Punti luminosi che compaiono qua e là, gocce di genio che piovono e rischiarano come stelle.
Questo quadro non ha scopo. Non ha compimento. Non ha fine.
Ma una volta che l’hai visto non puoi fare a meno di amarlo.
Sala
Una foto in bianco e nero spesso rimanda a un tempo passato. Perché una foto è un momento intrappolato nei confini di un’immagine, mite nella sua statica compostezza.
No, non stavolta.
O bianco o nero, occasionalmente qualche tonalità di grigio. Niente mezze misure, nessun equilibrio intermedio, o con me o contro di me.
E la scrivania piena di fogli, i vestiti accatastati sul letto, il tappeto rovesciato, il cestino colmo di cartacce che straripano dal bordo. La pianola al centro, o a destra o a sinistra, o dovunque voglia spostarsi.
E tanti poster appesi alle pareti, tante scritte nere su fondo bianco, o bianche su fondo nero, a seconda dell’umore.
Disordine.
C’è disordine e confusione dentro, ma con un tale equilibrio che non si può fare a meno di trovarcisi a proprio agio. Perché in fondo il disordine cos’è, se non ordine rovesciato?
E gli schemi vengono qui rovesciati, la visuale del mondo ribaltata, la massificazione ignorata.
Diverso. Insolito.
Speciale.
Ila
Questa parte del corridoio non ha luce, né lampade, né candele.
Ha soltanto questo dipinto che basta a rischiarare l’ambiente circostante, tanta è la forza che sa comunicare.
E in silenzio comunica molto più di quanto possa fare il più bel discorso con le migliori parole di questo mondo spento, a cui manca una luce che indichi, anche solo vagamente, la via verso la vita.
Lo accompagna l’odore del colore fresco di giornata.
Appoggiato al cavalletto, tavolozza alla destra e bicchiere coi pennelli alla sinistra, ha ricevuto la quotidiana dose di emozioni, che si vanno a intrecciare morbidamente con il disegno che c’era sotto, a sua volta incatenato a quello che stava prima di esso, in un’infinita catena di sensazioni e di ricordi che si cambiano vicendevolmente di posto.
Non si ferma mai, la punta del pennello è sempre sporca.
Attinge dall’oggi, da ieri e dal domani, da quel domani che vorrebbe essere un trionfo di giallo e di rosa e di arancione, a volte sfocato dall’intrusione di un grigio e di un nero.
Non si ferma mai, non sta zitto mai.
E il suo canto silenzioso ti tocca nell’anima.
Gio
Velluto, seta, lino.
Ma anche lana, canapa e iuta.
Un arazzo grande quanto la parete su cui delicatamente si posa, milioni di fili di stoffe diverse che si prendono per mano e si dispongono lungo la sterminata e infinita superficie a loro disposizione.
E a volte mollano la presa per andare a formare un’altra storia, un altro quadro, un’altra scena di vita.
Ed eccolo, ti abbraccia con la sua palpabile magnificenza, e sei parte della folla rappresentata nel ricamo.
Folla ridente, giocosa, folla di artisti di strada, acrobati circensi, suonatori di violino. Profumo di mercato, musica che vibra tra le corde del filato, risate.
Dove la creatività incontra la compostezza morbida del velluto, dove la gioia di far sentire la propria voce si adagia su un letto di seta, dove il coraggio di amare dorme cullato da un soffice intreccio di lino.
Dove la mano profana non percepisce altro che ruvida iuta, dove le intenzioni non pure si incastrano nella fitta trama ordita dalla canapa, dove l’ultima possibilità è davvero l’ultima e i fili pesanti e felpati della lana chiudono ogni via d’uscita.
Splendido e terribile allo stesso tempo.
Puoi goderne fino a sentire esplodere il cuore o restarne soffocato.
E quanto ti stringe, addormentarti nel suo caldo abbraccio di velluto, seta e lino.
E dimenticarti di lana, canapa e iuta.
Una mostra, come dice la parola stessa, ha l’intrinseco obiettivo di esibire, esaltare, fare sfoggio di tanta arte per la gioia e il piacere di terzi.
Non che io abbia qualcosa in contrario, tutt’altro, ma la mia Galleria non può definirsi una mostra.
Questa non è una collezione privata.
Una collezione privata non è altro che un quantitativo di opere d’arte sottratte alla vista degli indegni perché soltanto il proprietario possa godere di tanta magnificenza.
Non che io abbia qualcosa in contrario, tutt’altro, ma la mia Galleria non può definirsi nemmeno una collezione privata.
O forse invece è entrambe le cose.
La mia Galleria è speciale. Le opere esposte non sono semplici opere d’arte. Sono capolavori di vita in movimento.
Niente teche, niente bacheche, niente chiodi.
Quanto sto per mostrarvi è ciò che io vedo in quanto artista, come li vedo in quanto artista.
Signore e Signori, accomodatevi…ha inizio la presentazione.
Ele
Una pergamena arrotolata in una bottiglia senza tappo, appoggiata su uno scrittoio.
Un foglio di carta antico, che profuma di vissuto e di novità.
Una poesia. Infinita.
Certo, ha un inizio. Ma nessuno ricorda più a che punto della pergamena sia, nemmeno la stessa mano che ne ha tracciato le rime.
E ogni giorno quella mano, con una piuma stretta tra le dita, aggiunge una frase, una parola, una virgola.
Non tutti sono in grado di capire, non tutti i passi della poesia sono fatti per essere letti.
Ma quando succede, quando anche solo una goccia cade dal bordo della bottiglia è come se il mondo rinascesse tutto, ogni volta.
E una, due, tre note di pianoforte di diffondono nell’aria.
Nel silenzio surreale del salone, ogni singola nota riecheggia come un’ondata dell’oceano contro gli scogli.
E c’è odore di salsedine, attorno alla bottiglia.
Quella bottiglia l’ho trovata nel mare.
Tia
Un’esplosione di sentimento su una tela grigia, grigia come la malinconia di cui è intriso questo quadro.
Impressionismo, possiamo chiamarlo.
Paesaggio coperto dalla nebbia, raggi di sole che saltuariamente cercano di rompere questa plumbea monotonia…e a volte il cielo si tinge dei colori di un pallido sole mattutino.
Paesaggio portuale: un molo con una piccola zattera legata agli ormeggi.
Toh, oggi la zattera non c’è…chissà verso quali lidi sta navigando il vagabondo. Forse tornerà domani, tra una settimana, tra dieci anni.
Ma lo sa, il vagabondo, che non importa quanto lontano e per quanto tempo la sua voglia di viaggiare lo porterà via, potrà sempre tornare al molo ad ormeggiare la zattera.
Piccole ombre sfuocate sul pontile. Ferme, vicine.
Il vagabondo sa che avrà sempre qualcuno ad aspettarlo.Il vagabondo sa che avrà sempre un luogo da chiamare casa.
Edo
Manifesto appeso alla parete dipinta di rosso, senza chiodi, senza nastro adesivo, senza sostegno.
I bordi inferiori svolazzanti, si agitano armoniosi al minimo spostamento d’aria.
Sta lì.
Si fa guardare, attira l’attenzione, la desidera, la pretende.
Le figure non sono mai le stesse, l’azione è sempre diversa, il soggetto rappresentato non si ripete mai, frenetica attività che non si interrompe, nessun bisogno di giri di parole nelle sue scritte, chiare e precise, nessun bisogno di nascondere il suo messaggio.
Così è, così come lo vedete. Ne più ne meno.
Non ha fronzoli, non ha cornici lungo il bordo, è anzi bruciacchiato, l’odore della carta giallastra ricorda un boccale di birra.
Nella sua disarmante semplicità è un capolavoro di sentimenti, sensazioni, vita, impegno, un quadro complessivo così dinamico che colpisce dritto al cuore.
E continua a svolazzare.
Si fa guardare, attira l’attenzione, la desidera, la pretende.
Impossibile non accontentarlo.
Ska
Questo quadro non ha cornice. Non ha soggetto. Non ha limiti.
Libera espansione di un’irrefrenabile genialità, colori che si accarezzano, si accostano, si baciano, si accalcano, si spingono, si allontanano.
A volte la mano è pesante, insiste con violenza sulla tela quasi a volerla squarciare, ed ecco voragini di viola e di neri e di colori freddi che inglobano la lucentezza dei rossi e degli arancioni, ecco un mare in tempesta senza barche alla deriva, perché non c’è un fondo in cui può essere trascinata o una terra da raggiungere, c’è solo l’eterno e ondeggiante dolore.
Ma questa tela ha una trama impossibile da rompere.
Fragile, sì.
Graffiata, anche. In qualche modo, forse, per sempre.
Ma è a questo punto che le note di un saxofono scandiscono il lento riaffiorare in superficie del calore soggiogato, e basta un solo tocco di giallo a far arretrare la marea oscura che imperversava minacciosa. Punti luminosi che compaiono qua e là, gocce di genio che piovono e rischiarano come stelle.
Questo quadro non ha scopo. Non ha compimento. Non ha fine.
Ma una volta che l’hai visto non puoi fare a meno di amarlo.
Sala
Una foto in bianco e nero spesso rimanda a un tempo passato. Perché una foto è un momento intrappolato nei confini di un’immagine, mite nella sua statica compostezza.
No, non stavolta.
O bianco o nero, occasionalmente qualche tonalità di grigio. Niente mezze misure, nessun equilibrio intermedio, o con me o contro di me.
E la scrivania piena di fogli, i vestiti accatastati sul letto, il tappeto rovesciato, il cestino colmo di cartacce che straripano dal bordo. La pianola al centro, o a destra o a sinistra, o dovunque voglia spostarsi.
E tanti poster appesi alle pareti, tante scritte nere su fondo bianco, o bianche su fondo nero, a seconda dell’umore.
Disordine.
C’è disordine e confusione dentro, ma con un tale equilibrio che non si può fare a meno di trovarcisi a proprio agio. Perché in fondo il disordine cos’è, se non ordine rovesciato?
E gli schemi vengono qui rovesciati, la visuale del mondo ribaltata, la massificazione ignorata.
Diverso. Insolito.
Speciale.
Ila
Questa parte del corridoio non ha luce, né lampade, né candele.
Ha soltanto questo dipinto che basta a rischiarare l’ambiente circostante, tanta è la forza che sa comunicare.
E in silenzio comunica molto più di quanto possa fare il più bel discorso con le migliori parole di questo mondo spento, a cui manca una luce che indichi, anche solo vagamente, la via verso la vita.
Lo accompagna l’odore del colore fresco di giornata.
Appoggiato al cavalletto, tavolozza alla destra e bicchiere coi pennelli alla sinistra, ha ricevuto la quotidiana dose di emozioni, che si vanno a intrecciare morbidamente con il disegno che c’era sotto, a sua volta incatenato a quello che stava prima di esso, in un’infinita catena di sensazioni e di ricordi che si cambiano vicendevolmente di posto.
Non si ferma mai, la punta del pennello è sempre sporca.
Attinge dall’oggi, da ieri e dal domani, da quel domani che vorrebbe essere un trionfo di giallo e di rosa e di arancione, a volte sfocato dall’intrusione di un grigio e di un nero.
Non si ferma mai, non sta zitto mai.
E il suo canto silenzioso ti tocca nell’anima.
Gio
Velluto, seta, lino.
Ma anche lana, canapa e iuta.
Un arazzo grande quanto la parete su cui delicatamente si posa, milioni di fili di stoffe diverse che si prendono per mano e si dispongono lungo la sterminata e infinita superficie a loro disposizione.
E a volte mollano la presa per andare a formare un’altra storia, un altro quadro, un’altra scena di vita.
Ed eccolo, ti abbraccia con la sua palpabile magnificenza, e sei parte della folla rappresentata nel ricamo.
Folla ridente, giocosa, folla di artisti di strada, acrobati circensi, suonatori di violino. Profumo di mercato, musica che vibra tra le corde del filato, risate.
Dove la creatività incontra la compostezza morbida del velluto, dove la gioia di far sentire la propria voce si adagia su un letto di seta, dove il coraggio di amare dorme cullato da un soffice intreccio di lino.
Dove la mano profana non percepisce altro che ruvida iuta, dove le intenzioni non pure si incastrano nella fitta trama ordita dalla canapa, dove l’ultima possibilità è davvero l’ultima e i fili pesanti e felpati della lana chiudono ogni via d’uscita.
Splendido e terribile allo stesso tempo.
Puoi goderne fino a sentire esplodere il cuore o restarne soffocato.
E quanto ti stringe, addormentarti nel suo caldo abbraccio di velluto, seta e lino.
E dimenticarti di lana, canapa e iuta.


