27 novembre 2006
NOTTURNO, 26-11-06
Vuoto.
Seduta sul letto, braccia intorno alle ginocchia appoggiate contro il petto e testa bassa, ciondoli lentamente avanti e indietro.
Occhi sbarrati a fissare il vuoto.
Quel vuoto che senti anche dentro. Quel vuoto che non ti divora, ma che ti smembra pezzo per pezzo, lentamente, dolorosamente, inevitabilmente.
Traccia del passaggio di una lacrima sulla guancia.
Anche quella lacrima perduta, anche quella lacrima caduta nel vuoto. Persa per sempre. Sparita, ma non dimenticata.
Come quelle che hai versato prima. E ieri. E il giorno prima ancora.
Se tu avessi le unghie, in questo momento starebbero affondando nella morbida carne delle braccia.
Non le hai, le unghie.
Le mangi, le divori, sfoghi la tua rabbia sull’estremità delle tue dita, e in ogni morso c’è un grido silenzioso che si perde sulla pelle.
E non puoi farti male.
Giri lentamente la testa, un respiro strozzato, un singhiozzo non voluto. Trattieni il respiro.
Sei sola, in casa, non hai bisogno di chiudere la porta. Sia quella che ti separa dal corridoio che quella che ti separa dalla pazzia.
Puoi urlare, piangere, disperarti, ucciderti.
E stai lì, ferma, ciondoli lentamente avanti e indietro.
Sulla scrivania, una pila di fogli.
Le mani ti prudono, loro ricordano ancora prima che lo faccia il tuo cervello.
Tremi.
Hai paura. Hai paura di ciò che ti potresti fare, di ciò che potrebbero indurti a farti.
Di nuovo.
Quando quelle porte ancora si potevano chiudere a chiave e il tuo mondo si riduceva a quattro mura bianche piene di poster, un cartoncino rigido e le tue braccia nude, tese, vittime.
Sai che non lo farai, non è più come prima, non sei sola, sei matura, sei grande…
…sei distrutta, sconfitta, disperata, alla deriva.
Un brivido lungo il corpo. E ti rendi conto che sta per arrivare.
E non puoi evitarlo.
Parte dai piedi, scivola sulle gambe, stringe lo stomaco, strozza la gola.
E non c’è più aria, non c’è più pensiero, non c’è più vita.
…
Quanto è passato?
Un minuto? Un’ora?
Non lo sai. Non lo sai mai, quando succede è come una vertigine che uccide.
Ti stupisci ogni volta di uscirne viva.
Da sola è più difficile.
Non hai la voce di Gio che ti accarezza e lentamente ti riporta indietro alla realtà.
Nessuna mano che stringe la tua.
Nessun appiglio a cui aggrapparti per impedire al tuo corpo di contorcersi.
Solo…
Vuoto.
E lacrime.
Aiuto…
24 novembre 2006
DI MONET
"...se aveste aspettato, avrei voluto dirvi che la natura è in me, come fu in voi, una cosa vista per sempre. E si modifica giorno per giorno, ora dopo ora. Come cambia la luce sulle cose, sull'acqua e sui fiori. E per quel sentimento pieno di malinconia, verso sera, talvolta si dice che ci viene da piangere. Un pianto dolce, pieno di lacrime calde, come quando si attende colui che da lungo è partito, e si pensa al suo ritorno. E quando giunge, infine, non si possono trattenere le lacrime.Ecco, io sento così la natura. Lo strazio per il suo ritorno, la sua ricomparsa, ogni giorno, ogni sera. E sapere che dovrò, avrò il desiderio di continuare a dipingerla. Ogni giorno nuova, fino a che non sarà il mio tempo nel tempo."E sarò finalmente io quella cenere colorata che un petalo di rosa deposita sul banco di una pietra.
19 novembre 2006
PORTRAIT
Non è facile trovare le parole giuste per descrivere qualcuno senza rischiare di cadere nel banale.
Le parole a volte vestono strette, a volte si lasciano cadere morbidamente addosso; le parole stringono e soffocano, o al contrario lasciano ampio spazio all’immaginazione.
Come un abito, la parola è un limite del quale ci rivestiamo ed entro cui ci poniamo in continuazione.
Forse è per questo che non riesco a trovare una parola, o anche addirittura una frase per descrivere lui.
È così unico che sarebbe un peccato definirlo con una parola, o anche addirittura una frase, già usata per qualcun’altro.
E poi non credo sia giusto dargli una definizione, costringerlo a muoversi scomodamente dentro i confini di quella che sarebbe un’etichetta di identificazione.
È troppo grande per qualsiasi costrizione.
Mi chiedo come faccia, e se si rende conto.
Se si rende conto che ogni volta che apre bocca è uno sconvolgimento del naturale andamento delle cose.
Occhi che si aprono per la prima volta su una verità, cuori che sussultano accarezzati dalla sua voce, pensieri che si lacerano, si scombinano e si incatenano in una nuova composizione. Questo succede alla gente che parla con lui.
Mi chiedo come faccia, e se si rende conto.
Tempo fa mi è capitato di tenere in mano l’agenda dove tiene i suoi pensieri, le sue annotazioni, le sue canzoni.
Non credo di essere mai stata più reverenziale nei confronti di qualcosa che non fosse un quadro.
Col corpo abbandonato come un relitto contro lo sporco sedile di uno squallido treno, la mia mente assaporava ogni singola lettera scritta su quelle pagine, e avevo bene in mente l’immagine di lui intento a scrivere seduto su una panchina a qualche metro di distanza da noi, in cima al piccolo promontorio dal quale guardavamo ammirati il sole che moriva nel mare.
Ce ne stupiamo ogni volta, noi.
Lui invece quel mare, quel sole, li ha dentro.
E mi chiedo chi glielo fa fare di restare qui.
Mi pare di vederlo, ora, sotto il cielo uggioso del primo novembre, quel cielo che aveva deciso di commuoversi alla nostra partenza.
Guardava davanti a sé, guardava qualcosa che io non riuscivo a vedere. O forse guardava ciò che stavo guardando anch’io, ma con occhi diversi. Non lo so.
Non ricordo le sue parole esatte, e non voglio riportare un semplice abbozzo di un significato così grande.
Mentre parlava, con un distacco così partecipe, era irraggiungibile.
Forse parlava a se stesso, forse a me, a un “tu” senza volto. Non so, non stava guardando me. Ero io che guardavo lui, e mi sembrava di percepire ciò che lui stava vedendo attraverso quegli occhi che hanno il mare dentro.
E anche ora che siamo di nuovo qui, comodi prigionieri di una monotonia che ci ha sconfitti ancora prima che iniziassimo a lottare, lo guardo e mi stupisco.
Perché lui guarda ancora là dove nessun altro di noi può vedere.
Non guarda questo mondo che non gli appartiene.
È come un quadro forzato a stare esposto nella galleria sbagliata, che per quanto avverta il disagio, il senso di non-appartenenza, il nero grigiore della ripetitiva quotidianità, semplicemente non si fa contaminare.
Resta così com’è, diverso, unico.
E non si fa raggiungere.
Credo di non aver mai conosciuto una persona così. Con così tanto da dire e da dare.
E mi viene voglia di chiedergli: perché non alzi la voce, perché non fai in modo che tutti possano ascoltarla, invece di sussurrare?
Poi capisco.
Capisco che non è lui a sussurrare, ma è il mondo che si impegna a coprire la sua voce con un eccesso di frivolezze e banalità che trovano un’eco ridondante nelle anime vuote di chi ha chiuso le orecchie e il cuore.
E capisco che è giusto che sussurri.
Che non rinunci a dire la sua e che non obblighi nessuno a dargli retta, che si faccia semplicemente sentire.
Sentirlo è emozionante.
Ascoltarlo è sconvolgente.
Tessitore di emozioni, poeta dallo sguardo che vede oltre.
Ancora non ce ne rendiamo pienamente conto, ma lo abbiamo già perso. Questo posto non è per lui.
Fiori tanto belli e delicati non crescono in cattività. Anche se non appassirà, è inutile fingere che appartenga a una terra che non è sua. In serra non sboccerà nel suo massimo splendore.
La tentazione di tenerlo qui, questo fiore, è irresistibile.
Possiamo dargli tutto quanto serve a mantenerlo in vita. Ma non possiamo dargli ciò che serve a farlo vivere.
Non possiamo dargli il mare.
Lui non è per me, per noi, e questo lo sappiamo, ma la nostra fottuta abitudine ci fa convincere che lui domani sarà ancora qui. Come oggi, come ieri.
Non sarà per sempre così.
E mi chiedo come sarà senza di lui, dopo averlo conosciuto.
Particolare, speciale, unico.
Di passaggio.
Come queste parole, che non avrò mai le palle di dirgli. Perché, poi, non lo so.
Peccato non poterlo conoscere più a fondo, non essere in grado di farlo. Ha tutta un’anima da raccontare, e non posso fare a meno di temere che ci stiamo perdendo qualcosa di bellissimo, nel lasciare che tutto vada così, senza avere la testardaggine di volerlo vivere davvero.
Finché posso, mi riempio della sua presenza, attingo da tutto ciò che ha da insegnare, perché dentro di sé ha una voce troppo bella per non ascoltarla.
E adesso zittisco il mondo, perché ne voglio godere fino all’ultima sillaba.
11 novembre 2006
DAVANTI A UN BICCHIERE...
Ancora una volta ti trovi a fissare il bicchiere semivuoto davanti a te. Mezzo pieno o mezzo vuoto, non importa, tanto sarai sempre tu a vuotarlo.
Chissà quanti altri come te ne ha visti, quel bicchiere: sbandati alla deriva, giovani insoddisfatti della propria vita, artisti falliti e poveri diavoli senza nient’altro che le loro lacrime.
Chissà quante liquide illusioni saranno scivolate lungo le loro gole bramose della mera consolazione di una sera.
Chissà quante anime dilaniate si saranno raccontate davanti alla presenza del loro muto ascoltatore e ne avranno fatto il proprio migliore amico.
In realtà non te ne frega niente. Stasera quel bicchiere è il tuo migliore amico.
La tua mano ne accarezza il fianco come se fosse quello di una splendida donna, le tue dita scorrono audaci su e giù lungo le sue curve. È lì immobile davanti a te, il suo unico scopo è quello di renderti felice.
Mente sgombra da ogni preoccupazione, gola che arde, sensazione di appagamento.
Allettante…eppure tu ancora indugi.
Intendiamoci: non ti fai illusioni, sai già come andrà a finire, ma vuoi ancora ingannare te stesso e credere di poter resistere a questa malsana opera di seduzione.
…
Non riesci, come sempre. E come sempre te ne fai una colpa.
Ti guardi intorno nervosamente, come se fossi l’innocente perseguitato incolpato di un delitto compiuto da altri. E forse è davvero così.
Non dovresti essere qui, lo sai, che aspetti, vattene, alza il culo da quello sgabello e corri fuori, corri a vivere.
Scuoti la testa, non vuoi ascoltare, non vuoi renderti conto del disprezzo che ti rovesciano addosso le torbide note vomitate dallo stomaco dorato del sax che mormora in sottofondo.
Il tuo sguardo si ferma sul tuo bicchiere, il tuo migliore amico, la tua puttana.
Ti guarda.
Ti chiede perché sei qui.
Non hai voglia di parlare, in fondo sai che la domanda è retorica, lo conosce benissimo il motivo per cui tutte le sere ti getti ai suoi piedi dopo esserti ripromesso che sarebbe stata l’ultima volta, e mentre lo pensavi eri già consapevole di mentire.
La colpa è sua, delle sue dolci promesse, del suo profumo pungente e del sapore infuocato del suo nettare.
No.
La colpa è solo tua, povero abbozzo di uomo, personaggio senza volto né volontà, feto deformato in grembo alla vita. Non hai niente, non sei niente, e hai bisogno di quella secchiata di acqua gelida sul viso che ti dimostri che tu esisti.
Porti il bicchiere alle labbra, quasi involontariamente. Chiudi gli occhi e assapori l’unicità di quell’istante, l’unicità del momento precedente al salto verso l’oblio, l’unicità paradossalmente ripetitiva di ogni sera, quando la tua presa sul bicchiere si fa più decisa, quando ti chini sul ventre della tua donna, quando ne ingoi l’essenza.
Mente sgombra da ogni preoccupazione, gola che arde, sensazione di appagamento.
Hai ceduto di nuovo, e già tutto ti appare così lontano, perduto nel vortice irraggiungibile del momento appena trascorso. E te ne vergogni, e vorresti fuggire via dalle tue debolezze, via dal monologo ironico del sax che ti deride armonicamente, via dall’occhiata di compatimento di quel bicchiere vuoto che ti fissa soddisfatto, via da quel te stesso che già sa che domani sarai di nuovo lì, e anche dopodomani, e il giorno dopo ancora.
Prendi il cappello dal bancone e lo posi sulla testa, che improvvisamente ti sembra più pesante, come se tutti i tuoi problemi si fossero nascosti lì per tutta la durata del tuo “incontro”, per prendersi gioco di te, per farti credere di essere spariti davvero.
Paghi la tua puttana lasciando quattro banconote stropicciate ai suoi piedi. Troppe, troppo poche, non ha importanza. Non eguaglieranno mai il prezzo della dignità che ti hanno rubato, che ti sei rubato da solo.
Barcollando raggiungi l’ingresso, appoggi la mano stanca sulla maniglia, apri la porta.
L’aria gelida della notte ti investe, ti schiaffeggia come una madre straziata e piange lacrime di luce mentre grida silenziosamente la sua disperazione.
E tu, vile codardo senza nome, ti getti nel suo mesto e scomodo abbraccio, per tentare almeno di esistere, perché forse vivere sarebbe troppo difficile.