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09 febbraio 2007
posted by Federica at 5:49 PM | Permalink
MENS INSANA IN CORPORE AEGRO
Ed eccomi di ritorno dal mondo degli individui troppo-fighi-per-ammalarsi-e-invece-se-la-prendono-in-quel-posto-nel-momento-meno-opportuno.
Sì, insomma, da qualunque parte si voglia guardare la faccenda, è palese che la causa dell’imperante influenza che mi ha inchiodato a letto per tre giorni di fila con la sola compagnia di me stessa, un rave party clandestino tra le mie rimanenti (e scarse) sinapsi funzionanti e un roditore con manie suicida è da attribuire all’eskimo.
Guardalo. Innocentemente appeso all’attaccapanni, perfettamente calato nel suo ruolo di inerte cappotto verdone.
Portavo solo un eskimo innocente”, diceva Guccini. Beato lui. Io mi sono beccata un eskimo assassino con le prese d’aria sotto le ascelle (il che spiega la provenienza degli spifferi d’aria polare; svela il mistero delle mie ascelle sempre fresche di giornata anche quando passavo davanti alla doccia salutandola distrattamente e dà un perché alla pelle d’oca spessa circa dieci centimetri che ormai costituisce un ecosistema a sé stante).
Ma comunque.
La cosa più inquietante non è tanto il fatto che il medico di famiglia non si sia scomodato a venire a visitarmi e mi abbia soltanto elargito qualche perla di saggezza via telefono -rimane il mistero di come abbia fatto ad interpretare le mie risposte in venusiano (sempre sostenuto io che quell’uomo è meno sano dei pazienti che cura)- quanto l’accorgermi che tra una tachipirina e l’altra (cioè circa ogni 4 ore) i fantastici principi attivi del farmaco –sempre sia lodato- intervenissero come una quotidiana pula guastafeste a riportare in riga i miei (irrimediabilmente bruciati) neuroni quel tanto che bastava a permettermi di pensare.
Ora. Io dico: che uno con 40 di febbre si guardi Apocalypse Now versione estesa con tanto di contenuti speciali, tagli ed interviste al regista-aiutoregista-fonico-guardarobiera-zio dell’imbianchino del camerino del primo attore ci può anche stare, basta premere quel simpatico tastino riportante un quadratino nero e l’accattivante scritta stop prima di andare in esaurimento e, appunto, stop, fine, basta, ciao ciao a Marlon Brando, Robert Duvall e compagnia bella.
Ma come fai a premere il tasto stop nella tua testa? Chissà perché, ogni volta che ci provo il telecomando non funziona, oppure “si è verificato un errore irreversibile nel sistema, per risolvere il problema scarica il software mosocazzituoi.exe e fatti una pippa mentre aspetti che finisca”.
Insomma, tua madre è andata a inculandia, tuo padre a pesca, tua nonna e le sue amiche a fare ciò che le vecchie sanno fare meglio (lavorare a maglia e scoreggiare di tanto in tanto coprendo il rombo di tuono con un tattico colpo di tosse), perfino il coniglio ha smesso di tentare di suicidarsi per non disturbarti e tu, involtino di carne sudaticcia e lenzuola a microonde che fai?
Pensi.
E non pensi a quanto ti stai grattugiando le palle a letto, all’esame imminente, a qualsiasi cazzata che passerebbe per la testa dei comuni mortali.
No.
Pensi alla tua vita. Com’era, com’è e come sarà, o potrebbe essere. Al terreno dissestato che ti trovi intorno, una buca dietro l’altra, una distesa infinita di terra brulla e pietrisco, qua e là delle carcasse di sogni dimenticati o morti prima ancora di diventare una possibile realtà, e i corvi scrutano altezzosi dall’alto dei rami spogli sui cui stanno appollaiati, aspettando, bramando, di vedere la prossima vittima cadere nella polvere.
Ma, nascoste dietro le rocce, sporadiche chiazze d’erba crescono rigogliose.
Piccole, rare, preziose, deboli ma non tanto da soccombere all’arido paesaggio che vorrebbe estirparle perché stonano come un sorriso sul volto di un uomo che muore.
E per ogni singolo filo d’erba vale la pena di alzare la testa e trascinarsi avanti.
Ed è un grazie. A tutti.
A Eleonora, Giordano, Jacopo, Mattia, Marta, Giovanni, Ilaria, Carola, Edoardo, Stefano, Johnny, Fabio, Chiara, Marco, Alessandro, Matteo, Davide…tutti quelli che ho nel cuore e che sono l’acqua che farà di questo deserto uno splendido prato.

Un post positivo. Perché, che cazzo, è ora di guarire. Da tutto.